Legge 67/2006

La norma di riferimento è la  legge 1 marzo 2006, n. 67 pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 54 del 6 marzo 2006. Tale norma è di iniziativa governativa (Ministro senza portafoglio per le Pari opportunità Stefania Prestigiacomo, Ministro del lavoro e politiche sociali Roberto Maroni di concerto con il Ministro della giustizia Roberto Castelli) e risale al 2 luglio 2003 – vale a dire sette giorni prima dell’emanazione del dlgs 216/2003.

Perchè questa norma?

L’articolo 13 del Trattato CE prevede che le istituzioni comunitarie adottino i provvedimenti opportuni per combattere tutte le discriminazioni, che siano fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali.

In attuazione di questo precetto, che costituisce ormai una pietra angolare del diritto comunitario, l’Unione europea si è fatta promotrice di una serie di interventi, sia a carattere normativo, quali le direttive comunitarie, sia a carattere amministrativo quali le azioni comuni ed i programmi di azione comunitari, con cui sono stati compiuti dei significativi passi in avanti.

Si ricordano, in proposito, la direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica, e la direttiva 2000/78/CE del Consiglio, del 27 novembre 2000, che stabilisce un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro, entrambe in avanzata fase di recepimento da parte del nostro Paese.

Tuttavia, l’intervento del legislatore è talvolta parcellizzato e frammentato nell’ambito dei diversi settori dell’ordinamento, il che pone l’esigenza di una disciplina che, facendo salve le varie normative settoriali di garanzia, affronti il problema della tutela delle persone disabili in una prospettiva generale.

E’ necessario, quindi, introdurre strumenti giuridici idonei a garantire l’effettività della parità di trattamento e a promuovere pari opportunità per le persone disabili, qualora si trovino a subire a causa della loro disabilità discriminazioni anche in ambiti di vita diversi da quella lavorativa, tutelata già dal dlgs 216/2003.

La legge si propone, quindi, di estendere la particolare tutela giurisdizionale, già accordata ai disabili vittime di discriminazioni nel contesto lavorativo, a tutte quelle situazioni in cui il disabile risulti destinatario di trattamenti discriminatori al di fuori del rapporto di lavoro il che consente, da un lato, di fornire un’efficace risposta alla forte aspettativa rappresentata da numerose categorie di disabili e, d’altro lato, di soddisfare un’esigenza di completezza del sistema, al fine di garantire alle persone disabili una piena parita` di trattamento in ogni settore della vita.

Quanto sopra riportato è tratto dalla presentazione della legge che, dopo oltre due anni, finalmente è giunta alla sua promulgazione. Da qui si comprende l’importanza della norma, molto più forte rispetto al rigido decreto legislativo 216/2003.

Finalità ed ambito di applicazione

L’articolo 1 enuncia espressamente l’impegno cui le istituzioni devono assolvere per garantire, anchenei confronti dei disabili, il rispetto effettivo del principio di parità di trattamento e la promozione delle pari opportunità non solo per quanto previsto dal dlgs 216/2003 ma anche per qualasiasi altra situazione ponendo, così, in ossequio alla Costituzione, un ulteriore tassello nel percorso di civiltà giuridica che può condurre il nostro ordinamento verso uno stadio di democrazia molto avanzato.

Art. 1. (Finalità e ambito di applicazione)

1. La presente legge, ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione, promuove la piena attuazione del principio di parità di trattamento e delle pari opportunità nei confronti delle persone con disabilità di cui all’articolo 3 della legge 5 febbraio 1992, n. 104, al fine di garantire alle stesse il pieno godimento dei loro diritti civili, politici, economici e sociali.

2. Restano salve, nei casi di discriminazioni in pregiudizio delle persone con disabilità relative all’accesso al lavoro e sul lavoro, le disposizioni del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 216, recante attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro.

Nozione di discriminazione

L’articolo 2 riporta quanto già stabilito nel dlgs 216/2003, ovvero pone delle definizioni di discriminazione diretta ed indiretta. In relazione alla discriminazione indiretta, è da sottolineare che l’obiettivo del legislatore è soprattutto quello di combattere anche quei comportamenti che, pur se si presentano in apparenza neutri, si traducono in una discriminazione dei disabili nei confronti di altre categorie dim soggetti, a causa della loro particolare condizione.

Rientrano nel concetto di discriminazione anche quei comportamenti indesiderati che violano la dignità e la libertà di un disabile, ovvero creano nei confronti dello stesso un clima di intimidazione ostile e degradante.

Art. 2. (Nozione di discriminazione)

1. Il principio di parità di trattamento comporta che non può essere praticata alcuna discriminazione in pregiudizio delle persone con disabilità.

2. Si ha discriminazione diretta quando, per motivi connessi alla disabilità, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata una persona non disabile in situazione analoga.

3. Si ha discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone.

4. Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.

Può quindi essere considerato un caso di discriminazione indiretta, ad esempio, l’impossibilità per un cittadino di accedere a determinati servizi – pubblici o forniti da privati – a causa della propria disabilità. Immaginiamo ad esempio un cittadino che necessita di una particolare modulistica (esempio: bandi di gara, concorsi, accesso a graduatorie, eccetera) disponibile solamente nel sito internet del proprio comune. Se il sito o la modulistica non sono accessibili – ovvero discriminano il cittadino, lo stesso potrà quindi in prima battuta richiedere all’ente di fornire una soluzione alternativa e/o di rendere accessibile al servizio e, ove l’ente non provveda, può coinvolgere (come previsto negli articoli successivi) le associazioni di rappresentanza.

Passando nel settore privato, una discriminazione può essere facilmente individuata in un settore in cui i privati investono parecchio: il commercio elettronico. Il commercio elettronico non è altro che un vero e proprio negozio on-line (che necessita di apposita licenza) e che come tale è disponibile a tutti. Nel caso un utente con disabilità non può procedere con l’acquisto a causa dell’inaccessibilità del sito, come prima cosa proverà a contattare via e-mail il commerciante per chiedere informazioni e, in caso di risultato negativo, si è davanti ad un caso di discriminazione.

Come si noterà l’ambito di applicazione, solo nel settore internet, è molto vasto: immaginiamoci l’ambito di applicazione nel mondo “off-line”: accesso ai mezzi pubblici, accesso fisico a negozi ed uffici, per continuare poi con la possibilità di fruire di libri di testo in formato digitale, ecc. Va comunque chiarito, ove si parla di comportamenti che “mettono una persona con disabilità in una posizione di svantaggio rispetto ad altre persone”, che quanto meno ci vuole l’intento di mettere una persona in svantaggio perché vi sia una discriminazione.

Tutela giurisdizionale e legittimazione ad agire

Gli ultimi due articoli della legge riguardano essenzialmente le modalità con cui la persona con disabilità può tutelare i propri diritti, ovvero delineano il quadro della tutela giurisdizionale con la relativa legittimazione ad agire.

Art. 3. (Tutela giurisdizionale)

1. La tutela giurisdizionale avverso gli atti ed i comportamenti di cui all’articolo 2 della presente legge è attuata nelle forme previste dall’articolo 44, commi da 1 a 6 e 8, del testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero, di cui al decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.

2. Il ricorrente, al fine di dimostrare la sussistenza di un comportamento discriminatorio a proprio danno, può dedurre in giudizio elementi di fatto, in termini gravi, precisi e concordanti, che il giudice valuta nei limiti di cui all’articolo 2729, primo comma, del codice civile.

3. Con il provvedimento che accoglie il ricorso il giudice, oltre a provvedere, se richiesto, al risarcimento del danno, anche non patrimoniale, ordina la cessazione del comportamento, della condotta o dell’atto discriminatorio, ove ancora sussistente, e adotta ogni altro provvedimento idoneo, secondo le circostanze, a rimuovere gli effetti della discriminazione, compresa l’adozione, entro il termine fissato nel provvedimento stesso, di un piano di rimozione delle discriminazioni accertate.

4. Il giudice può ordinare la pubblicazione del provvedimento di cui al comma 3, a spese del convenuto, per una sola volta, su un quotidiano a tiratura nazionale, ovvero su uno dei quotidiani a maggiore diffusione nel territorio interessato.

Accanto agli strumenti ordinari processuali, viene prevista la possibilità di attivare la procedura giurisdizionale di cui all’articolo 44 del citato testo unico n. 286 del 1998 ai casi di discriminazioni connessi alla disabilità , al fine di garantire al disabile una tutela celere e spedita. In proposito, si può sottolineare che la tutela del disabile che intenda contrastare il comportamento discriminatorio appare ulteriormente rafforzata dalla disposizione secondo la quale il provvedimento del giudice, in caso di accoglimento del ricorso, oltre a disporre in ordine al risarcimento del danno anche non patrimoniale, può ordinare ogni provvedimento idoneo a rimuovere gli effetti del comportamento discriminatorio. A ciò si può aggiungere che l’articolo 3, comma 2, accorda, ad ulteriore garanzia dell’effettività dell’azione e coerentemente con quanto già previsto nei settori di attuazione delle direttive comunitarie, il beneficio della cosiddetta «prova presuntiva».

Art. 2729 (Presunzioni semplici)

Le presunzioni non stabilite dalla legge sono lasciate alla prudenza del giudice, il quale non deve ammettere che presunzioni gravi, precise e concordanti.

La valutazione delle prove è quindi lasciata alla “prudenza” del giudice e di fatto alla soggettiva valutazione caso per caso.

Appare invece di particolare rilievo la previsione contenuta nell’articolo 4, che estende la legittimazione ad agire in giudizio, nei casi di discriminazione, ad associazioni ed enti costituiti a tutela dei disabili. Una tale estensione della legittimazione ad agire è prevista sia su delega del disabile, sia nell’ipotesi in cui i suddetti organismi abbiano interesse ad intervenire nei giudizi per danni subiti dal disabile, o ritengano di ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti illegittimi.

Art. 4. (Legittimazione ad agire)

1. Sono altresì legittimati ad agire ai sensi dell’articolo 3 in forza di delega rilasciata per atto pubblico o per scrittura privata autenticata a pena di nullità, in nome e per conto del soggetto passivo della discriminazione, le associazioni e gli enti individuati con decreto del Ministro per le pari opportunità, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, sulla base della finalità statutaria e della stabilità dell’organizzazione.

2. Le associazioni e gli enti di cui al comma 1 possono intervenire nei giudizi per danno subìto dalle persone con disabilità e ricorrere in sede di giurisdizione amministrativa per l’annullamento di atti lesivi degli interessi delle persone stesse.

3. Le associazioni e gli enti di cui al comma 1 sono altresì legittimati ad agire, in relazione ai comportamenti discriminatori di cui ai commi 2 e 3 dell’articolo 2, quando questi assumano carattere collettivo.

E’ necessario, inoltre, sottolineare che le menzionate associazioni sono individuate con decreto del Ministro per le pari opportunità, di concerto con il Ministro del lavoro e delle politiche sociali in base alla finalità statutaria – la quale deve presentare, perciò, coerenza con l’attività volta alla tutela dei disabili – e alla stabilità dell’organizzazione.

Ciò al fine di creare un filtro ed evitare eventuali rischi di abuso, selezionando gli enti che sono effettivamente portatori degli interessi dei disabili.

Pertanto questa legge va senz’altro valutata a fondo non tanto come strumento “offensivo” ma come strumento “preventivo” che da un rafforzamento alla garanzia di tutti i cittadini di fruire di servizi e prodotti, indipendentemente dalla loro disabilità.

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Informazioni sull'autore

Roberto Scano
Roberto Scano
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Roberto Scano si occupa di accessibilità dall'inizio del millennio. Ha collaborato allo sviluppo delle WCAG 2.0, delle ATAG 2.0 nonché della normativa italiana in materia di accessibilità. Autore di tre libri in materia, è consulente e formatore nell'ambito della tematica della qualità dei servizi delle P.A. e delle aziende.

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