1.1. Definizioni di disabilità

La concezione sociale di disabilità è cambiata nel tempo: essa non è più solo un attributo della persona, ma un insieme di condizioni potenzialmente restrittive derivanti da un fallimento della società nel soddisfare i bisogni delle persone e nel consentire loro di mettere a frutto le proprie capacità   (Commissione Europea, Delivering eAccessibility, 26/9/2002).

Le definizioni proposte dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) nel 1980 hanno aiutato a stabilire un chiaro punto di partenza:

  • La “menomazione” (impairment) veniva definita come “perdita o anormalità a carico di una struttura o di una funzione psicologica, fisiologica o anatomica”;
  • La “disabilità” (disability) come “qualsiasi limitazione o perdita (conseguente a menomazione) della capacità di compiere un’attività nel modo o nell’ampiezza considerati normali per un essere umano” e infine
  • L’“handicap” come la “condizione di svantaggio, conseguente a una menomazione o a una disabilità, che in un certo soggetto limita o impedisce l’adempimento del ruolo normale per tale soggetto in relazione all’età, al sesso e ai fattori socioculturali”.

Da queste definizioni, emerge che l’handicap è una condizione soggettiva, che dipende dalle esigenze della persona disabile: una persona sulla sedia a rotelle è sicuramente disabile, ma potrebbe potenzialmente non avere un handicap se venissero eliminate tutte le barriere architettoniche e non le fosse precluso alcun aspetto della vita sociale.

Un successivo documento pubblicato dall’OMS nel 2001 ha parzialmente abbandonato questa impostazione, per giungere a una classificazione “positiva”, che parte da uno stato considerato di “salute” per dire se e quanto ciascuno se ne discosti. Questa nuova classificazione non riguarda solo le persone con disabilità, riguarda tutti, ha dunque uso e valore universale.

La classificazione si compone di cinque macroclassi, a loro volta divise in ulteriori classi e sottoclassi:

  • Funzioni corporee (funzioni fisiologiche dei sistemi corporei, incluse le funzioni psicologiche)
  • Strutture corporee (parti anatomiche del corpo come organi, arti e loro componenti)
  • Attività (esecuzione di un compito o di un’azione da parte di un individuo)
  • Partecipazione (coinvolgimento di un individuo in una situazione di vita)
  • Fattori ambientali (caratteristiche, del mondo fisico, sociale e degli atteggiamenti, che possono avere impatto sulle prestazioni di un individuo in un determinato contesto).

Rispetto a ciascuna delle centinaia di voci classificate, a ciascun individuo può essere associato uno o più qualificatori che descrivono il suo “funzionamento”.

È da notare che da un concetto restrittivo di disabilità si è passato a un concetto più esteso, che ricopre sia la restrizione di attività sia la limitazione di partecipazione. Di fatto, in questa definizione allargata sono oggi ricomprese le cosiddette categorie deboli, come ad esempio gli anziani.

È importante sottolineare che i disabili in Europa non costituiscono una piccola minoranza della popolazione: l’Unione Europea stima in maniera restrittiva un numero complessivo di circa 40 milioni di persone, pari a quasi l’11% della popolazione (Commissione Europea, op. cit.). Bisogna inoltre considerare che le disabilità cognitive sono fortemente correlate all’età della persona (il 70% degli individui con questo tipo di disabilità ha più di 60 anni). Il processo in corso di “invecchiamento” della popolazione porterà inevitabilmente a un numero di disabili proporzionalmente ancor più elevato.

In questo computo sono esclusi i disabili temporanei, coloro cioè che per una parte limitata della loro vita si trovano a fare i conti con un qualche tipo di disabilità (malati, persone che hanno subito incidenti o interventi chirurgici, etc.).

 

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